- Il sacrificio della Trinitá -


Estratto dal volume:
"SIRENTE - Usi e rappresentazioni del mondo tradizionale nell'epoca della globalizzazione"
per gentile concessione della SYNAPSI Edizioni snc di Sulmona (AQ).
Aielli sorse verso il XII secolo dall'unione degli abitanti di sette "ville" di origine pre-romana, che furono raggruppati, per volontà dei Conte Ruggero da Celano dei Piccolomini, dentro un'unica cinta muraria (tuttora parzialmente visibile). L'abitato è situato a 1024 metri di quota su una costa montana che lambisce la valle dei torrenti La Foce e che, grazie a una buona esposizione a Sud, riesce a mantenere, fino alle coltivazioni che sfiorano il Fucino, un clima abbastanza temperato, nonostante l'altitudine. Nel paese risiedono attualmente circa 800 persone, mentre in passato gli abitanti erano tremila. Altri settecento abitanti si sono però spostati, dopo il terremoto dei 1915 (che qui causò circa 220 vittime), più a valle, fondando un nuovo borgo, Aielli Stazione, nei pressi della linea ferroviaria. Anche qui il fenomeno migratorio si manifestò, in maniera abbastanza rilevante, maggiormente intorno agli anni '50, con partenze verso il Canada, il Nord Europa, il Sud America; oltre a migrazioni nazionali prevalentemente verso Roma e Milano. La comunità aiellese più numerosa si trova in Canada, a Mississauga (Ontario) ed è composta da circa 700 persone che, anche attualmente, celebrano i festeggiamenti in onore della Madonna della Vittoria. Al giorno d'oggi, si mantiene sempre abbastanza cospicuo il ritorno degli oriundi che permette al paese, ad agosto, di raggiungere, di nuovo, il numero di circa mille e cinquecento anime. Per l'altitudine e la prossimità dei monti del Sirente il modo di produzione tradizionale era prevalentemente pastorale, ma la buona esposizione consentiva anche una discreta pratica dell'agricoltura. Mentre i circa 10.000 ovini, allevati dagli aiellesi, pascolavano negli ottocento ettari di pascoli di Prati di Santa Maria; a valle dell'abitato fino ai bordi del Fucino si estendevano coltivazioni di legumi, cereali, patate, mandorli, alberi da frutta e vite. Inoltre, come nella vicina Collarmele, vi era una notevole produzione di lenticchie e di semi di anice che venivano commerciati con profitto fin verso l'inizio degli anni settanta. Le attività tradizionali sono divenute anche qui sempre più residuali. Per quanta riguarda la pastorizia restano pochissime greggi, l'agricoltura è praticata solo come passatempo da sempre meno gente, per lo più anziani, e la viticoltura ha subito negli ultimi anni un fortissimo abbandono che -a meno di recuperi- la va approssimando all'estinzione. Allo stesso modo, all'allevamento privato dei maiali, prima praticato da tutti, si dedica attualmente molto meno di un decimo delle famiglie. La maggior parte della popolazione è attualmente occupata nell'agricoltura industriale, nella pubblica amministrazione e nelle ferrovie. Il simbolo del paese è legato alla rappresentazione della Santissima Trinità (un triangolo con tre stelle alla base e un occhio al suo interno), cui è dedicata la quattrocentesca chiesa parrocchiale (molto rimaneggiata dopo i gravi danni subiti dal terremoto) costruita per volontà del conte Antonio Piccolomini di Celano tra il 1477 e il 1479. A oggi, il momento più importante della ritualità aiellese è data dalla festa della Madonna della Vittoria che si svolge, da circa vent'anni, non più il dieci di Maggio ma in corrispondenza con la prima domenica di Luglio. I festeggiamenti in onore della Madonna della Vittoria traggono ispirazione in una credenza in un fatto miracoloso, collocato in un tempo preciso della storia. Si racconta, infatti, che, nell'anno 1758, in occasione di un lunghissimo e nefasto periodo di siccità, la popolazione ricordasse che da tempo era stata lasciata una statua della Madonna dentro una chiesina quasi abbandonata, situata presso una delle antiche ville che avevano concorso alla nascita di Aielli. I devoti -sperando in una grazia della Vergine- decisero di andare solennemente in processione per recuperare la statua e portarla nella chiesa principale. Intrapresa con la statua la via del ritorno, si notarono delle nuvole verso monte Secine che, divenute sempre più dense durante il tragitto, non appena la teoria concluse il suo itinerario, diedero inizio ad una copiosa pioggia durata una settimana. Il raccolto, dato ormai per perduto, si salvò e da allora, in segno di ringraziamento per la Madonna della Vittoria, si fece voto di ripetere ogni anno la processione con il suo simulacro. Va segnalato anche un altro momento importante della ritualità tradizionale dl Aielli: la processione dei SS. Patroni che, interrotta negli anni '70, è stata poi ripristinata dopo circa due decenni, fissandone la data nella seconda domenica di Agosto, grazie all'interessamento dei giovani della pro-loco. I protettori principali dei paese sono cinque: S. Emidio Vescovo, S. Antonio di Padova, S. Rocco, S. Benedetto da Norcia e S. Vincenzo Ferreri. Per ora la processione vede protagoniste solo le statue dei primi tre santi elencati, mentre le restanti attendono ancora il restauro. Il trasporto dei santi in processione è organizzato dalle confraternite che si riconoscono per il colore della tunica indossata dai portatori. Prima della sua soppressione, avvenuta intorno alla seconda metà degli anni settanta, la festa più sentita dalla popolazione era quella dedicata alla Santissima Trinità. La celebrazione si svolgeva nel mese di Giugno ed interessava anche un discreto movimento di pellegrini dal circondario. Il rituale consisteva nel portare in processione una grossa statua del peso, pare, di circa quattro quintali, costituita da un nucleo di mattoni forati ricoperti di gesso, raffigurante la Santissima Trinità, nella forma del Padre, del Figlio, con la Croce, e la colomba, nel mezzo, simboleggiante lo Spirito Santo. Il tutto era attorniato da un certo numero di angioletti che sarebbero stati modellati, al momento della costruzione dei monumento, a immagine di alcuni bambini dei paese. Il gruppo scultoreo risalirebbe, grossomodo, alla fine del XIX secolo e sarebbe stato ispirato da un dipinto ancora presente all'interno della chiesa. Il grande complesso era faticosamente trasportato a spalla da dodici uomini prestanti (quattro davanti, quattro dietro e due per ciascuno dei lati) lungo un tragitto di circa un chilometro e mezzo intorno al paese; attorno all'organizzazione della festa ruotavano tutti quegli aspetti laici, molto comuni nel mondo rurale tradizionale, inerenti alla preparazione del rito. Dalla questua fatta dal comitato dei "festaroli" alla vendita all'asta dei prodotti ottenuti grazie alle offerte (che anche qui erano costituiti prevalentemente da grano, formaggio e legna), fino ad arrivare all'asta per contendersi l'onore dei trasporto della statua. Poi, un giorno, la statua spari misteriosamente nel nulla, o secondo altre voci fu rubata non si sa da chi e perché. Una variante di questo racconto -quella in paese più diffusa e che fornisce la spiegazione più completa dei presunti fatti accaduti- vuole che l'enorme statua sia incappata nell'ostinazione dell'allora parroco del paese che, dopo un'opera di convincimento durata diversi anni, riuscì a ottenere il consenso da un numero bastevole dei suoi parrocchiani più vicini per sentirsi autorizzato a disfarsene. L'uso di portare in processione delle statue dalle dimensioni esagerate era (e in vari casi ancora è), specialmente nella Marsica, discretamente diffusa; e queste pratiche -probabilmente giudicate più vicine a profane ostentazioni di forza che a manifestazioni di pura devozione- risultavano poco gradite alle autorità religiose che hanno cercato in vari modi di eliminarle. In questo caso, l'operazione di soppressione riuscì pienamente. Si dice, infatti, che, una volta persuasi un certo numero di fedeli con il pretesto che la statua fosse esageratamente pesante e che, comunque, fosse solo una copia recente del quadro presente nella chiesa, il parroco abbia ordinato di portare la statua tra le montagne sopra al paese, dove venne distrutta a colpi di piccone. Ma questa sorta di esecuzione non andò assolutamente giù alla popolazione di Aielli, che ricambiò la furia di cui fu vittima l'amatissima statua (che a sua tempo, in seguito al disastroso terremoto del 1915, era miracolosamente scampata al crollo parziale della chiesa che la ospitava) con un'altrettanto furiosa protesta la quale, rotto qualche indugio iniziale, costrinse il parroco a darsela letteralmente a gambe, lasciando per sempre il paese. Al posto della processione della Santissima Trinità si svolgono oggi le prime comunioni e le cresime. Considerando il fatto che il paese è impegnato a ripristinare quelle celebrazioni che si erano abbandonate, c'è chi ripensa alla fine della festa della Santissima Trinità con amarezza, acuita proprio dal fatto che un certo vento della riscoperta dei valori tradizionali può toccare quella che era una volta la festa più sentita dei paese.


Giugno 2003 © SYNAPSI EDIZIONI snc Sulmona (AQ)
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